Il blog di Sandro Rizzetto

Red Army e Ice Guardians

 

Nello scorso week-end ho avuto il piacere di guardare due documentari sull'hockey molto interessanti, che consiglio vivamente agli appassionati di questo magnifico sport.

Red Army

redarmyDalla copertina del DVD, gentilmente imprestato dall'amico Nicola, non si capisce subito se è un film o un documentario. I nomi dei produttori (due colonne come Jerry Weintraub and Werner Herzog) fanno pensare a un big-movie, in realtà alla fine è un documentary film (!) scritto, diretto e interpretato da un capace Gabe Polsky.

Racconta la storia di quella spettacolare squadra di hockey che fu l'Armata Rossa sovietica degli anni '80 e inevitabilmente la storia sportiva si incrocia con quella politica di quegli anni di Guerra Fredda per concludersi con la Glasnost'/Perestrojka di Gorbaciov, la caduta del Muro e la conseguente fuga verso il professionismo NHL delle stelle sovietiche.

Il protagonista principale è Vjačeslav (Slava) Fetisov, fortissimo difensore cresciuto nel CSKA Mosca attraverso il quale il film ripercorre gli anni di tante vittorie e qualche bruciante sconfitta, la peggiore delle quali sicuramente quella delle Olimpiadi 1980 raccontata da un altro capolavoro di film come Miracle (mi viene voglia di comprarmi il DVD o il Bluray per rivederlo…).

Fa abbastanza impressione vedere, anche se non era difficile immaginarlo, quanto dure fossero le condizioni sia di vita che di allenamento nella USSR comunista di quel tempo. Artefice di tale rigidezza che arrivò fino al limite della brutalità fisica ("i giocatori urinavano sangue dalla fatica") fu senza dubbio il tecnico Viktor Tichonov, classico burocrate a cui il Politburo aveva data un'unica missione: vincere e poi vincere. Fu lui che si oppose fino all'ultimo al trasferimento dei professionisti nelle franchigie americane, "imbrogliando" il povero Fetisov al quale era stato promesso che se avesse contribuito a far vincere le Olimpiadi del 1988 sarebbe stato libero di trasferirsi nei New Jersey Devils che lo avevano "draftato" sulla fiducia. Al suo ritorno un bel "abbiamo scherzato, devi stare qui ancora un anno", con poi proposte di "ok puoi andare, ma devi dare il tuo mega-ingaggio al partito". Solo nel luglio del 1989 ci fu il trasferimento e il lento ambientamento al gioco americano molto più fisico e meno tecnico e ci vollero ben 5 anni prima di vincere la prima delle due Stanley Cup con i Detroit Red Wings.

Per gli amanti del bel gioco, le immagini sgranate della celeberrima linea KLM (Krutov, Larionov, Makarov) con in difesa Fetisov e l'inseparabile Kasatonov fanno venire i brividi. Dall'uscita di zona alla realizzazione del gol si contano decine di passaggi, tutti fatti "a memoria", senza guardare il compagno e a velocità impressionanti. Tecnica sopraffina.

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E non posso fare a meno di ricordare quando questi mirabili giocatori, vennero a disputare due partite nello stadio del ghiaccio di via Roma nell'ambito della IIHF European Cup nelle edizioni 82/83 e 83/84. Gli annali documentano un 12-1 e 11-2 (non mi sembra il caso di specificare a favore di chi!) in entrambe le edizioni, mi sembra una coincidenza un po' strana, ma la prendo per buona. Io ricordo come fosse ieri il 12-1 con il gol della bandiera segnato al grande portiere Vladisav Tretiak da Ico Migliore, che al successivo ingaggio chiese umilmente all'arbitro se poteva tenere il disco come cimelio da mostrare ai nipoti (e chi non sarebbe stato orgoglioso?!). E ricordo anche molto bene quando prima della partita la squadra passò davanti al nostro spogliatoio aperto fermandosi a guardare e ridere su un disegno di una scimmia con un uccello enorme (raffigurante o disegnata-da, non rammento, quel matto di Daniele Giacomin). Scemi come eravamo nessuno chiese un autografo, e anzi qualcuno osò chiedere "CCCP significa Col Cazzo Che Perdiamo ?!" :-)

Alla sera sicuramente sarò stato seduto al solito posto, tribuna in fondo a destra verso il Bar, in prima fila con l'amico Nicola di cui sopra e dietro le due "signore coperta" così chiamate perché si portavano sempre dietro un plaid da mettere sulla fredda panca di legno e ferro.

Il DVD è disponibile su Amazon in versione UK e in un'altra edizione più economica che mi sembra la stessa; i dialoghi in russo sono sottotitolati, mentre quelli inglesi no (ma la pronuncia è molto chiara).

Ice Guardians

enforcer1Casualmente negli stessi giorni, mi viene segnalato dall'amico Roberto (grande fan dell'attuale HCB) un documentario su Netflix chiamato Ice Guardians.

In questo lungo (1h48') documentario viene esplorato il mondo degli Enforcers, una categoria di giocatori che non sapevo neppure esistere e non avrei mai pensato fosse così istituzionalizzata. Si tratta in pratica degli scazzottatori, degli attaccabriga, di quelli più votati alle risse e alle cariche che non agli assist o ai gol.

Il documentario, in modo molto interessante e approfondito attraverso interviste a psicologi, studiosi del comportamento e addirittura criminologi, tenta di spiegare perché nell'hockey su ghiaccio la violenza e le risse fanno parte del gioco fin dagli albori. Perché Football Americano e Rugby, per citare due sport dove il contatto fisico è analogo se non più violento non hanno la stessa dose di combattimenti?

Parliamo ovviamente di NHL, da sempre come dicevo prima, un teatro molto più fisico e duro che non quello europeo, ma mai avrei pensato che, fin dagli anni 70, ogni squadra mettesse nel roster giocatori, ovviamente fisicamente molto dotati, che avevano il solo compito di intimorire l'avversario e evitare che alle "stelle" tipo Wayne Gretzky venisse fatto del male. Una sorta di avvertimento mafioso: fai una carica scorretta al mio centro che deve fare goal e te la vedi con me!! Si dice che molti top athletes come il citato Numero 99 abbiano subito in carriera così pochi infortuni, proprio per la presenza di questi "guardaspalle".

enforcer2Cosa succede però quando due enforcers di due squadre diverse si incontrano? Sono mazzate! e belle toste. Ne esce un racconto di decine di fratture, placche nella testa peggio che i veterani del Vietnam e una carriera dedicata al combattimento (parte dell'allenamento ormai era fatto da boxe e arti marziali).

Per fortuna ne esce un lato "romantico" e se vogliamo etico. L'enforcer fa tutto questo -per i soldi ovviamente- ma anche per amore della squadra e dei compagni, ed è pronto in qualsiasi momento a scavalcare la balaustra e buttarsi nella mischia più furibonda solo per difendere e proteggere il suo team. Sembra retorico e demagogico, ma avendo giocato e conoscendo un po' il mondo dell'hockey, sono certo che nessuno degli intervistati mentiva e che corrisponde tutto a verità.

Anche noi a Bolzano abbiamo avuto i nostri enforcers… Se vogliamo il mitico Gino Pasqualotto lo è stato "in-pectore": quando 3500 persone urlano "Gino, Gino, punisci l'assassino" è chiaro che il pubblico ti ha eletto ad essere il carnefice vendicatore (ma non ho mai visto Gino in una rissa essere scorretto); nella mia memoria rimane impressa la lezione data a un Jim Corsi, in forza al Gardena prima di essere un suo compagno in difesa, un po' troppo ardito a dare bastonate a chiunque passasse dalle sue parti.

E che dire, come ricordava l'amico Roby, di Dave Pasin o soprattutto Carmine Vani ? Con le sue gambe a (   )  che ci passava in mezzo un tir, ormai un po' imbolsito e con meno tecnica che in passato, faceva proprio quello che compete a un enforcer: far prendere minuti all'avversario e proteggere i vari Zarrillo o il Volga-Express Vostrikov-Maslenikov.

Come diceva il pubblico nelle interviste, un hockey (soprattutto americano/canadese) senza risse è difficile da immaginare e gli urli che si sentono in uno stadio sono solo per due motivi: il goal e il combattimento… e ricordiamoci che gli antichi romani con i gladiatori lo avevano già capito!

 

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